Quando l’etica entra in Borsa: come le imprese possono ridurre l’esposizione verso Israele

a cura di Giovanni Pedone e Gianfelice D’Alonzo

Le guerre entrano ormai nelle nostre esistenze con immagini devastanti e la geopolitica irrompe anche nei portafogli di investimento. Negli ultimi mesi, l’escalation del conflitto in Medio Oriente ha spinto sempre più investitori a porsi una domanda scomoda: “I miei soldi, direttamente o indirettamente, stanno finanziando Israele?”

La finanza, si sa, non è mai neutrale. E così, tra comitati investimenti e sale operative dei gestori patrimoniali, cresce la pressione per rivedere portafogli e strategie. Non si tratta solo di rendimento: in gioco ci sono reputazione, responsabilità sociale e scelte etiche che possono pesare tanto quanto un indice azionario.

Diretta o indiretta: la differenza che conta

Evitare Israele nei portafogli non è così semplice come sembra.

L’esposizione diretta è quella più evidente: obbligazioni del Tesoro israeliano, azioni di società con sede a Tel Aviv, ETF che replicano il mercato locale.

Molto più insidiosa è invece l’esposizione indiretta: multinazionali che fatturano miliardi in Israele, joint venture tecnologiche, catene di fornitura globali che passano da Tel Aviv o, addirittura, l’esposizione valutaria allo shekel. Qui i confini diventano sfumati: basta che un’azienda abbia un piccolo stabilimento in Israele per considerarla “esposta”?

I casi concreti: Norvegia e Irlanda fanno scuola

Non mancano esempi di chi ha già preso posizione.

Il fondo sovrano norvegese, uno dei più grandi al mondo, ha ridotto le proprie partecipazioni in banche e società infrastrutturali israeliane, citando motivazioni etiche legate alla loro attività nei territori occupati.

Lo State Investment Fund irlandese (ISIF), da parte sua, ha disinvestito da alcune aziende operanti nei territori contesi, spiegando che quei titoli non erano più compatibili con il profilo di rischio accettabile.

Due casi che mostrano come l’etica, quando sostenuta da decisioni concrete, possa ridefinire la geografia degli investimenti.

La sfida per le imprese

Per un’impresa o un investitore istituzionale, il percorso non è banale. I portafogli globali, infatti, contengono quasi sempre una piccola quota israeliana: nei grandi indici internazionali, come MSCI World o MSCI ACWI, Israele è presente, seppur con un peso ridotto.

Cosa significa? Che anche acquistando un ETF “globale”, si finisce con il possedere – senza saperlo – una fetta di Israele.

Possibili strade da seguire

E allora come si fa a ridurre l’esposizione?

  • Esclusioni mirate: eliminare titoli di Stato israeliani, società domiciliate in Israele o con ricavi significativi nel Paese.
  • ETF specializzati: scegliere strumenti che escludono esplicitamente Israele o l’intera area Medio Oriente.
  • Monitoraggio costante: controllare regolarmente i factsheet dei fondi, perché fusioni e acquisizioni possono introdurre nuove esposizioni indesiderate.

Un equilibrio delicato

Naturalmente, ogni scelta ha un prezzo. Limitare l’universo investibile può significare rinunciare a diversificazione, affrontare ETF con costi più alti o con minore liquidità. Ma per alcune imprese, il bilancio reputazionale ed etico vale più di qualche punto percentuale di rendimento.

Come spesso accade in finanza, la domanda non è se sia possibile – perché lo è – ma quanto si è disposti a pagare in termini di complessità e di opportunità mancate per restare coerenti con i propri valori.

Conclusione

Investire senza Israele non è un’operazione meccanica: è una scelta identitaria.
Richiede criteri chiari, strumenti adeguati e una vigilanza continua. Ma soprattutto, segna un cambio di paradigma: la Borsa non è più soltanto un luogo di numeri e grafici, ma anche di responsabilità collettiva. E forse è proprio qui che si gioca la vera partita tra finanza ed etica.

Per i Responsabili finanziari ed i Comitati finanza significa assumersi la responsabilità di verificare attentamente ed in maniera tempestiva l’impatto delle proprie scelte finanziarie mediante una due diligence mirata, da condurre anche con il supporto di analisti esperti, in grado di analizzare ogni singola esposizione per arrivare ad una revisione del portafoglio in essere allineandolo ai valori ed agli obiettivi predefiniti.

Unilab -Team - Giovanni Pedone

Giovanni Pedone

Consulente esperto

Specialista nei processi di rendicontazione societaria in conformità alla Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) e nella consulenza indipendente in materia di investimenti mobiliari.

Gianfelice D'Alonzo

Gianfelice D’Alonzo

Partner

Specialista nell’ambito dei sistemi di controllo della finanza mobiliare e nella consulenza indipendente in materia di strumenti finanziari di investimento.

Torna in alto